Recensione “Lolita”

Edoardo Valente

LOLITA di Vladimir Nabokov

“Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia.”[1]

Con queste magnifiche e struggenti parole, Nabokov apre quello che sarà un romanzo ancora più magnifico e struggente. Rifiutato da più case editrici per l’argomento scandaloso e impensabile all’epoca, Lolita affrontò una storia editoriale complicata, riscontrando però successivamente il meritato successo ed entrando a gamba tesa nell’Olimpo della letteratura moderna, creando una vera e propria influenza culturale. È uno di quei rari libri la cui bellezza sta nel fatto che è quasi impossibile descrivere il perché li si consideri così belli. Ci lasciano semplicemente una serie di emozioni e sensazioni che, una volta tramutate in parole, perderebbero drasticamente ogni significato.

Il protagonista, che narra la vicenda in prima persona, è il professor H. Humbert, di origine europea ma trasferitosi negli Stati Uniti. A causa di un trauma infantile, in lui si scatena una scandalosa inclinazione sessuale verso quelle che lui definisce “ninfette”, ovvero bambine in età prepuberale, nelle quali è insita un’innocenza carica di malizia e di un “fascino elusivo, mutevole, insidioso e straziante”.

La sua vita avrà un drastico cambiamento quando verrà assunto come pedagogo a casa della signora Haze. È lì che farà il suo splendido e straziante incontro con la figlia di lei, Dolores, di dodici anni, che lui soprannominerà Lolita. In lui si sviluppa immediatamente una travolgente attrazione per quella ragazzina così capricciosa e ribelle, così volubile e inconsciamente ammiccante, da non riuscire più a liberarsi dal desiderio impossibile che prova per lei; una passione illecita che non può che allontanarlo dall’unica persona alla quale vorrebbe stare vicino. “Mio peccato, anima mia”: in queste parole è racchiuso questo controverso ed estatico rapporto.

Ma è proprio quando la giovane Lolita sarà allontanata per andare a studiare in un campus che al tormentato Humbert accadranno, in rapida successione, due eventi di estrema importanza: la signora Haze gli chiederà di sposarlo, per poi morire poco tempo dopo, lasciando nelle mani di Humbert la responsabilità della povera Dolores.

Insieme a lei, Humbert inizierà un viaggio per l’America, spostandosi di hotel in hotel, come nomadi; nomadi sì, ma pur sempre liberi. In questa situazione di continua volubilità, in cui Humbert sarà appagato ma anche straziato dagli umori di Lolita, si intreccia la loro relazione sempre più complicata, della quale, però, scopriranno di non essere padroni, poiché un’ombra di desolazione, vendetta e condanna si abbatterà su di loro e in particolare sul disperato Humbert, vittima di un destino che credeva di controllare.

Nonostante l’argomento scandaloso che fa da pilastro alla storia intera, Nabokov riesce a costruire magistralmente un romanzo che non è mai volgare, mai osceno o scabroso, ma solo e soltanto sorprendente e meraviglioso.

[1] Vladimir Nabokov, Lolita, Adelphi, Milano 1992.

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