Vita da studenti

I disagi di Santiago

Giulia Fortunato

Santiago de Compostela: il cammino verso la salvezza (…io la sto ancora cercando!)

Ah come si stava bene sotto l’ombrellone…e invece è il momento di partire per un’esperienza indimenticabile: il cammino di Santiago. Prima cosa da fare è lo zaino, in cui è necessario mettere soltanto l’essenziale: niente trucchi, piastre ecc., così mi rassegno al fatto che dovrò puntare sulla simpatia. Dopo aver reso ricchi i commessi di Decatlon e i farmacisti, sono pronta; peso lo zaino e… ehm, potrei aver rotto la bilancia nel momento in cui l’ho appoggiato! E non avrebbe dovuto superare i 7 kg!

Partenza: ore 3. Cosa?! Ma del pomeriggio, no?! E invece no, sono le 3 del mattino. Arrivo in ritardo, saluto tutti e si parte. In aeroporto gusto la mia ultima colazione decente, del tutto ignara di quello che mangerò ogni mattina in Spagna. Osservo le vetrine di Victoria’s Secret pensando a quanto vorrei spendere lì i miei soldi, ma ciò comporterebbe solo maggior peso allo zaino, quindi trattengo le lacrime e mi reco verso l’aereo. Dopo due ore di viaggio traballante, con una suora vicino a me che prega in tutte le lingue giusto per rendere il viaggio più rassicurante, si arriva a Madri. Tutti prendiamo un pullman verso Abadín, la prima tappa.

Già dal nome avrei dovuto capire la normalità del luogo: soggiorno in una palestra, 12 gradi a metà luglio, un asino legato costantemente a un albero appena di fronte, dormire per terra e docce rotte. Tutto ciò per 3 giorni. Ma il bello deve ancora venire: mi sistemo per terra con le mie amiche e noto vicino a me uno strano oggetto nero. Mi avvicino… e trattengo un urlo di paura misto a disgusto: è un piccione morto!! Ringrazio mia madre per avermi fatta vaccinare. 

Primo disagio in assoluto è, appunto, dormire: perché portarsi un sacco a pelo, Giulia, se sei in piena estate? Portiamo un lenzuolino, che sarà mai. Temperatura di 6 gradi, letto composto di stuoia alta mezzo centimetro da terra e sarcofago particolarmente leggero; durante la notte è possibile notare una Via Crucis di persone che camminano nella palestra per cercare di riscaldarsi senza successo. Febbre e raffreddore sono all’ordine del giorno.

In tutto ciò, noi italiani siamo un gruppetto di 10 ragazzi contro 100 spagnoli che abbiamo scoperto essere molto religiosi, pronti a cantare a tutte le ore del giorno e della notte, instancabili, e chiamati in modi impronunciabili come Hajme (che per scandirlo devi fare appello a tutta la saliva presente nella bocca). 

Disagio a tutti gli effetti, però, è senza dubbio il cibo: innanzitutto la sveglia è alle 6 del mattino e alle 6,15 colazione con latte e panino al prosciutto crudo; il pranzo la maggior parte delle volte consiste in una serie di vellutate strane ma passabili. Ma è a cena che danno il meglio di loro: patatine fritte tipo Pringle’s scadute, carne di due giorni prima ancora congelata e talvolta verdure. Da brava italiana veni, vidi…e me ne vado al bar: caffettino, cornetto e succo di frutta. Ma l’evento davvero epico è la preparazione della pasta: chiedo scusa a nome di tutti gli Italiani per questi spagnoli che, poverini, non sanno cosa fanno. Acqua fredda e pasta insieme, il sale non esiste, bollire, scolano e mettono il sugo dentro l’acqua di cottura, poi ci ributtano dentro la pasta, mischiano…et voilà! Apprezzo comunque lo sforzo ma un consiglio: cucinate la carne, su quello non vi si batte.

Tralasciando il lato culinario, è importante ricordare tutta la parte relativa alla camminata: premetto che la mia attività sportiva estiva è stata mare, spiaggia, divano-frigo, frigo-divano, e quindi s’intende quanto sia traumatico per me affrontare dai 20 ai 30 km al giorno, che manco Dante nel Purgatorio! C’è una tappa, in particolare, che mi manda in crisi: quella più lunga, che decido di intraprendere in solitudine (che splendida idea!), con telefono scarico e il livello di esseri viventi pari a due mucche ogni 10km. Non essendo allenata, lo giuro, arrivo puntualmente a ogni ostello distrutta, che non sto in piedi e disperata (tralascio ovviamente ogni commento sulla parte estetica).

Ma il problema è che, arrivati alla tappa, non puoi subito sederti e addio fino a domani; no, devi lavare tutto, dal momento che ognuno ha dalle 2 alle 3 magliette e non di più. Bei lavanderini e belle lavanderine, ci cimentiamo in questo campo, per poi stendere tutto al sole e, qualora qualcosa non si asciughi, si appende allo zaino in modo che finisca di asciugarsi durante la camminata. Credo di aver fatto invidia a tutti i Vucumprà di Porta Nuova e Via Garibaldi

Un giorno arriviamo a una specie di laghetto, un po’ locus amenus, dove decido di sdraiarmi a prendere il sole non facendo assolutamente nulla per tutto il pomeriggio: primo disagio sono le vesciche, che fino ad ora non ho avuto il piacere di accogliere, e che devo quindi curare. Come? Bucandole con un ago e io sono terrorizzata dagli aghi fin da piccola. Dopo innumerevoli pianti e scleri, mi decido a fare ciò che va fatto. Finalmente mi sdraio un po’ al sole e che cosa propone Diego?! Facciamo il bagno felici nel laghetto gelido: che splendida idea di nuovo! Dopo una serie di tuffi (che ammetto essere molto divertenti), non sento più il sangue nel corpo tanto è fredda l’acqua.

In tutto ciò, noi ragazze non ci trucchiamo, ci laviamo quando è possibile (non sempre), e mangiamo salutare: praticamente, un incubo. I look migliori vengono sfoggiati gli ultimi giorni, in cui ci si mette addosso tutto ciò che si è riusciti a lavare: maglietta azzurra, pantaloncini blu, felpa grigia e ciabatte di tutti i colori indossate con le calze causa vesciche. Ferragni spostati!

Nonostante tutta questa serie di disagi, siamo arrivati a Santiago de Compostela, stanchi ma felici…e ne è valsa la pena? Si, è stata forse l’esperienza più significativa della mia vita. Con annessi e connessi inclusi.

Il BlogNotes SaFa è un progetto di «cittadinanza attiva».

La redazione è composta da studenti della scuola. Dei Licei, per ora. Crescerà.

Sono gli alunni della scuola che si sono incontrati, hanno appreso le tecniche di scrittura per il web; hanno imparato i trucchi delle fotografie e della post-produzione di immagini; hanno preso atto che esiste una legge e una deontologia proprio perché esistono abusi e pericoli che si possono evitare.

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